Quando il diritto penale scoprì l’amore lesbico
Poco prima della fine dell’apartheid il diritto penale sudafricano scoprì l’amore lesbico. E lo punì.
Il 4 marzo 1988 in Sudafrica entrò in vigore una legge che a prima vista sembrava un’arida riforma amministrativa. L’Immorality Amendment Act doveva ripulire termini antiquati, aumentare le multe e rendere diverse norme neutre rispetto al genere. Dietro il linguaggio sobrio si celava però una novità. Per la prima volta il diritto penale sudafricano interveniva anche nella sessualità tra donne.
Fino ad allora la legge aveva semplicemente ignorato le relazioni lesbiche. Il sesso tra uomini invece era vietato da tempo, e dal 1969 per loro valeva in più un’età del consenso più alta, di diciannove anni. Ora questa regola fu estesa alle donne. Una donna che aveva una partner sotto i diciannove anni commetteva reato. Per i rapporti eterosessuali il limite era di sedici anni. Allo stesso tempo la legge cambiò nome: il famigerato Immorality Act divenne il Sexual Offences Act.
Il momento dice molto sul tardo regime dell’apartheid. Il divieto delle relazioni che superavano la «barriera razziale» era caduto tre anni prima. Lo Stato però non rinunciava ancora al controllo su corpi e desideri.
Il movimento si organizzò comunque. Nello stesso anno l’attivista Simon Nkoli fondò la Gay and Lesbian Organisation of the Witwatersrand, in breve GLOW. A differenza dei gruppi precedenti, si concepiva espressamente come parte della lotta contro l’apartheid ed era aperta a persone di ogni colore della pelle.
La svolta arrivò prima del previsto. Con la fine dell’apartheid il Sudafrica si diede una Costituzione che vieta espressamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, tra le prime al mondo. L’età del consenso diseguale però scomparve dalla legge solo nel 2007. Un anno dopo la Corte costituzionale dichiarò la vecchia regola incostituzionale anche retroattivamente. Oggi vale per tutti lo stesso limite di sedici anni.