Stalin torna a punire il sesso tra uomini
Prima pioniera, poi persecutrice: come l’Unione Sovietica nel 1934 revocò la libertà degli anni rivoluzionari.
Il 7 marzo 1934 in Unione Sovietica fu approvata una legge che rendeva di nuovo reato il sesso tra uomini. Da allora si rischiavano da tre a cinque anni di carcere, fino a otto in caso di violenza o di abuso di un rapporto di dipendenza. La legge non menzionava le donne.
Si chiudeva così un breve capitolo di libertà. Dopo la rivoluzione del 1917 i bolscevichi avevano abolito il divieto zarista. Non lo avevano ripreso nei nuovi codici penali degli anni Venti, e a Pietrogrado si sviluppò una vivace scena queer.
La svolta arrivò dalla polizia segreta. Nell’estate del 1933 il suo vicecapo Genrich Jagoda fece arrestare a Mosca e Leningrado oltre cento uomini e segnalò a Stalin una presunta rete di spie omosessuali. Stalin chiese una legge. Tra gli arrestati c’era una coppia che viveva insieme da ventisei anni. Entrambi finirono nel lager.
La propaganda fornì la giustificazione a posteriori. Nel maggio 1934 Maksim Gor’kij diffuse sulla «Pravda» lo slogan secondo cui sterminare l’omosessualità avrebbe fatto sparire anche il fascismo. Il comunista britannico Harry Whyte protestò in una lunga lettera a Stalin. Il dittatore non rispose. Annotò solo che il mittente era un idiota e un degenerato.
L’articolo, poi noto come articolo 121, sopravvisse a Stalin per decenni. Colpì poeti, diplomatici e artisti come il regista Sergej Paradžanov e servì spesso a sbarazzarsi di persone scomode. Quanti uomini siano stati condannati, nessuno lo sa con esattezza. Le stime vanno da sessantamila a un quarto di milione.
Solo nel 1993, dopo la fine dell’Unione Sovietica, la Russia cancellò il divieto dal codice penale. Era rimasto in vigore per cinquantanove anni.