Un sabato, trecento matrimoni
Una sentenza il venerdì, matrimoni il sabato, uno stop nel pomeriggio. Nel mezzo, oltre trecento coppie dissero sì.
Il 22 marzo 2014 nel Michigan quattro uffici di contea aprirono le porte, benché fosse sabato. Davanti facevano la fila coppie dello stesso sesso, alcune con bambini, alcune con fiori, tutte di fretta. Perché nessuno sapeva per quanto la finestra sarebbe rimasta aperta.
La sera prima a Detroit il giudice federale Bernard Friedman aveva dichiarato incostituzionale il divieto di matrimonio dello Stato. Aveva respinto la richiesta del procuratore generale repubblicano Bill Schuette di sospendere la sentenza fino all’appello. Schuette si rivolse subito all’istanza superiore.
Le amministrazioni delle contee di Ingham, Oakland, Washtenaw e Muskegon furono più veloci. Poco dopo le otto del mattino Glenna DeJong e Marsha Caspar si dissero sì nel tribunale di Mason. Dopo ventisette anni insieme, erano ora la prima coppia sposata dello stesso sesso del Michigan. Non tornarono a casa. Restarono e firmarono come testimoni per le coppie che venivano dopo di loro. Altrove interi gruppi venivano sposati contemporaneamente per non perdere un minuto.
La fretta era giustificata. Lo stesso giorno la corte d’appello di Cincinnati sospese provvisoriamente altri matrimoni. Fino ad allora si erano sposate oltre trecento coppie.
Ciò che seguì fu un paradosso giuridico. Il governatore Rick Snyder confermò sì che i matrimoni erano stati celebrati legalmente, ma negò loro le prestazioni statali. Il governo di Washington invece li riconobbe. L’organizzazione per i diritti civili ACLU fece causa a nome di diverse coppie, tra cui DeJong e Caspar.
La grande domanda la risolse infine la Corte suprema nel giugno 2015, aprendo il matrimonio in tutti gli Stati Uniti. Il Michigan era tra i quattro Stati i cui casi la Corte esaminò insieme. Per le coppie del sabato mattina si chiudeva così un limbo durato più di un anno.