Un sì che impiegò sette anni
Nel 2015 la Slovenia disse sì al matrimonio egualitario, il popolo no. Solo sette anni dopo il sogno divenne realtà.
Il 3 marzo 2015 l’Assemblea nazionale slovena votò a Lubiana una modifica piccola ma ricca di conseguenze. Nel codice della famiglia il matrimonio non doveva più essere definito come unione di vita tra uomo e donna, ma come unione di due persone. Cinquantuno deputati dissero sì, ventotto no. Allo stesso tempo le coppie dello stesso sesso ottennero il diritto di adottare insieme dei figli.
Davanti al Parlamento protestò solo un piccolo gruppo, e il clima nel Paese sembrava favorevole. I sondaggi mostravano allora una maggioranza a favore dell’apertura del matrimonio. La Slovenia era l’undicesimo Paese dell’UE e il primo Paese ex comunista il cui Parlamento approvava il matrimonio egualitario. Le congratulazioni arrivarono da tutta Europa e dagli Stati Uniti.
La gioia durò poco. Gruppi conservatori, sostenuti dalla Chiesa cattolica, raccolsero abbastanza firme per un referendum. Il 20 dicembre 2015 gli elettori respinsero nettamente la legge. Non era la prima sconfitta: già nel 2012 un codice della famiglia con più diritti per le coppie dello stesso sesso era fallito alle urne. Una successiva legge sulle unioni portò sì dei miglioramenti, ma matrimonio e adozione congiunta restarono negati.
La svolta alla fine non venne dalla politica, ma da un’aula di tribunale. Nel luglio 2022 la Corte costituzionale slovena dichiarò discriminatoria, e quindi incostituzionale, l’esclusione delle coppie dello stesso sesso da matrimonio e adozione. La sentenza valeva da subito. In autunno il Parlamento seguì e sancì il matrimonio egualitario anche nella legge.
Così la Slovenia divenne comunque pioniera tra gli ex Stati comunisti. Il sì del marzo 2015 aveva però impiegato più di sette anni per arrivare davvero a destinazione.