La Florida e la legge «Don’t Say Gay»
Una legge, due nomi: diritti dei genitori per gli uni, «Don’t Say Gay» per gli altri. La Florida fece la storia.
Il 28 marzo 2022, in una piccola scuola privata a nord di Tampa, Ron DeSantis firmò una legge che fece notizia ben oltre la Florida. Ufficialmente si chiamava «Parental Rights in Education», diritti dei genitori nell’istruzione. I suoi oppositori la chiamavano semplicemente «Don’t Say Gay».
Il nucleo era formulato in poche righe. Dalla scuola dell’infanzia alla terza elementare non si poteva più parlare in classe di orientamento sessuale o identità di genere. Nelle classi superiori solo se «adeguato all’età». Che cosa significasse concretamente, il testo lo lasciava aperto. I genitori ottenevano inoltre il diritto di fare causa ai distretti scolastici in caso di violazioni.
Proprio questa vaghezza preoccupava gli insegnanti. Una maestra poteva ancora dire di essere sposata con una donna? Un bambino poteva raccontare dei suoi due papà? Molti temevano che le scuole avrebbero evitato del tutto il tema per paura di cause.
L’opposizione fu rumorosa. In Florida alcuni ragazzi lasciarono le aule scandendo «We say gay!». Il presidente Joe Biden definì il progetto pieno d’odio. Persino Disney, uno dei datori di lavoro più potenti dello Stato, si schierò contro il governatore e dopo la firma chiese apertamente l’abrogazione. DeSantis stesso parlò di istruzione invece che di indottrinamento.
Invece di fare marcia indietro, la Florida rincarò la dose. Un anno dopo l’autorità scolastica estese il divieto a tutti i livelli. Solo nel marzo duemilaventiquattro un accordo con famiglie ricorrenti e organizzazioni LGBTQ portò un po’ di chiarezza. È limitato solo l’insegnamento vero e proprio su questi temi. Studentesse e studenti possono continuare a parlarne e a scriverne liberamente. La legge in sé restò in vigore.