Il Parlamento raddoppia il carcere per l’amore tra persone dello stesso sesso
Centotrentacinque sì, nessun no: l’11 marzo 2026 il Senegal inasprì drasticamente la sua legge contro l’omosessualità.
L’11 marzo 2026 l’Assemblea nazionale discusse a Dakar fino a tarda sera. Poi il risultato fu chiaro: centotrentacinque deputati votarono per una legge più dura contro l’omosessualità, nessuno votò contro, tre si astennero. Il Senegal inaspriva così una delle normative più severe dell’Africa occidentale.
Gli atti tra persone dello stesso sesso sono da tempo considerati nel codice penale senegalese «atti contro natura». Finora erano puniti con uno-cinque anni di carcere. Ora sono da cinque a dieci. Commette reato inoltre chi «promuove» o finanzia l’omosessualità. Chi si impegna pubblicamente per le persone queer rischia da tre a sette anni di carcere.
La legge era una promessa elettorale del presidente Bassirou Diomaye Faye e del primo ministro Ousmane Sonko. Il voto cadde in un periodo infuocato. Da febbraio la polizia aveva arrestato decine di uomini, spesso dopo denunce e perquisizioni dei loro telefoni. I loro nomi finivano sui giornali, e sui social si moltiplicavano gli appelli all’outing.
Durante il dibattito la deputata Diaraye Ba dichiarò tra gli applausi che in questo Paese gli omosessuali non avrebbero più potuto respirare. La frase fece il giro del mondo.
Le organizzazioni per i diritti umani protestarono, e anche UNAIDS prese la parola. Il programma dell’ONU avvertì che la criminalizzazione tiene le persone lontane da test e cure, e questo in un Paese con nuove infezioni da HIV in aumento. La legge contiene almeno una clausola che dovrebbe proteggere le organizzazioni sanitarie dall’azione penale.
A fine marzo il presidente firmò la legge. In estate il Parlamento andò ancora oltre e sancì nella Costituzione il divieto del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il Senegal non è un caso isolato: in diversi Paesi dell’Africa occidentale le leggi contro le persone queer vengono attualmente inasprite.