L’omicidio di Kitty Genovese e la compagna invisibile
Un omicidio che sconvolse New York. E una donna che piangeva Kitty Genovese, ma doveva restare invisibile.
Il 13 marzo 1964, poco dopo le tre del mattino, Kitty Genovese tornava a casa dopo il turno come gestrice di un bar. Davanti al suo palazzo nel quartiere newyorkese di Kew Gardens cadde nelle mani di Winston Moseley. La accoltellò più volte, la violentò e la lasciò morente. Una vicina la tenne tra le braccia finché arrivarono i soccorsi. Kitty Genovese morì durante il trasporto in ospedale. Aveva ventotto anni.
Due settimane dopo il «New York Times» rese il caso famoso in tutto il mondo. Trentotto vicini avrebbero guardato senza fare nulla, si disse. La storia divenne l’esempio da manuale del cosiddetto effetto spettatore. Ricerche successive mostrarono che era fortemente esagerata. Diverse persone avevano avvertito la polizia, e quasi nessuno aveva visto tutta la scena.
Un’altra verità restò nascosta ancora più a lungo. Nell’appartamento che Kitty quella mattina non raggiunse più dormiva la sua compagna Mary Ann Zielonko. Le due si erano conosciute al Greenwich Village e vivevano insieme da circa un anno, ufficialmente come coinquiline. La polizia interrogò Zielonko per ore, con una frequenza sospetta sulla loro relazione. Nei resoconti dei media invece non compariva da nessuna parte. La famiglia di Kitty, raccontò in seguito, non voleva saperne di lei. Pianse da sola e in silenzio.
Solo quattro decenni dopo il delitto Zielonko parlò pubblicamente del suo amore. Rilasciò interviste e prese la parola in un documentario. Anche in età avanzata la tormentava il pensiero che Kitty fosse stata così vicina e lei non si fosse accorta di nulla. Mary Ann Zielonko morì nel 2024 all’età di ottantacinque anni. La sua storia mostra con quanta cura l’amore queer venisse allora cancellato, persino all’ombra di un omicidio di cui parlava tutto il mondo.