Graziati, ma non liberi
Quattordici anni di lavori forzati per una festa di fidanzamento: poi intervenne Ban Ki-moon.
Il 29 maggio 2010 in Malawi uscì di prigione una coppia che lì non avrebbe mai dovuto finire. Steven Monjeza e Tiwonge Chimbalanga avevano celebrato a fine dicembre 2009 a Blantyre un fidanzamento tradizionale. Due giorni dopo la polizia li arrestò. Secondo quanto riferito da loro, in detenzione furono picchiati; al processo furono derisi.
Nel maggio 2010 un tribunale li condannò per «atti contro natura» e «grave indecenza» a quattordici anni di carcere con lavori forzati. Il giudice voleva infliggere una pena esemplare per proteggere il pubblico da emulatori. Amnesty International li aveva già riconosciuti a gennaio come prigionieri di coscienza. Il processo era considerato un banco di prova per i diritti degli omosessuali nell’Africa australe.
Poi intervenne l’alta politica. Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon visitò il Malawi, e il presidente Bingu wa Mutharika graziò la coppia dopo un incontro allo State House, «senza condizioni». Lo faceva per motivi umanitari, disse, ma questo non significava che lo approvasse. I due avevano violato cultura, religione e leggi. Ban doveva parlare lo stesso giorno davanti al Parlamento.
Amnesty si rallegrò della liberazione, ma avvertì subito. La grazia valeva solo per i fatti per cui la coppia era stata condannata. Se i due avessero proseguito la loro relazione, le stesse leggi avrebbero potuto essere applicate di nuovo contro di loro. Il Malawi ha ratificato trattati che vietano il perseguimento a causa dell’orientamento sessuale, tra cui il Patto ONU sui diritti civili e politici e la Carta africana dei diritti dell’uomo. Da Ban Ki-moon ci si aspettava che invitasse i deputati a modificare le leggi.
Il caso mostra quanto possa essere sottile la tutela quando dipende dalla grazia di un singolo. Due persone tornarono libere; nessuna legge cambiò per questo.