L’Alta corte abbatte il divieto di sodomia
Due uomini a una festa bastavano per una condanna. Poi un giudice di Johannesburg fece cadere la legge.
L’8 maggio 1998 il giudice Jonathan Heher dell’Alta corte di Johannesburg dichiarò incostituzionale un divieto che per decenni aveva criminalizzato gli uomini gay sudafricani. Erano colpiti il reato di sodomia, derivato dal diritto romano-olandese, e l’articolo 20A della legge sui reati sessuali. Quest’ultimo era stato introdotto nel 1969 dallo Stato dell’apartheid ed era noto come legge dei «due uomini a una festa»: già gesti affettuosi davanti a una terza persona potevano essere puniti.
Il ricorso era stato presentato dalla National Coalition for Gay and Lesbian Equality e dalla Commissione sudafricana per i diritti umani, al suo primo procedimento costituzionale. Il governo non si oppose. Le conseguenze delle vecchie leggi erano concrete: solo nel 1993, secondo una rivista della Coalizione, furono condannati duecentocinquantotto uomini, in grande maggioranza neri.
Heher vi vide una discriminazione basata sull’orientamento sessuale, espressamente vietata dalla Costituzione del 1996. La sua motivazione conteneva però anche espressioni di disagio verso pratiche «innaturali». Poiché un’Alta corte non può abrogare definitivamente delle leggi, il caso passò alla Corte costituzionale per la conferma.
Lì la decisione arrivò il 9 ottobre 1998. All’unanimità la Corte stabilì che la punibilità violava uguaglianza, dignità e vita privata. Il giudice Laurie Ackermann affermò che il divieto mandava il messaggio che tutti gli uomini gay fossero criminali. In aula, si racconta, i presenti piansero, risero e cantarono «Nkosi Sikelel’ iAfrika».
La sentenza ebbe effetti ben oltre il Paese: quando nel 2019 l’Alta corte del Botswana depenalizzò il sesso tra persone dello stesso sesso, vi fece espresso riferimento.