Strasburgo annulla il divieto della parata di Varsavia
Il sindaco vietò il Pride, migliaia di persone marciarono comunque. Due anni dopo Strasburgo diede loro ragione.
Il 3 maggio 2007 la comunità queer polacca ottenne soddisfazione da Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì all’unanimità che con il divieto della Parata dell’uguaglianza di Varsavia del 2005 la Polonia aveva violato la Convenzione dei diritti dell’uomo per ben tre volte.
Nel giugno 2005 la Fondazione per l’uguaglianza voleva sfilare per la capitale per richiamare l’attenzione sulla discriminazione delle minoranze sessuali e di altre minoranze, delle donne e delle persone con disabilità. Mentre la richiesta era ancora pendente, il sindaco Lech Kaczyński rilasciò un’intervista a un giornale. Avrebbe vietato la manifestazione, qualunque cosa ci fosse scritto nella domanda. Fare propaganda all’omosessualità non era esercizio della libertà di riunione.
Il divieto arrivò, motivato con la mancanza di un piano del traffico che nessuno aveva richiesto. Anche diversi raduni degli organizzatori furono vietati, mentre lo stesso giorno la città autorizzava contromanifestazioni, per esempio contro le adozioni da parte di coppie omosessuali. Attiviste e attivisti marciarono comunque. Circa tremila persone sfilarono per Varsavia sotto la protezione della polizia.
Istanze superiori annullarono poi i divieti, ma solo dopo l’evento. Proprio questo censurò Strasburgo: chi ottiene ragione solo a posteriori non ha una tutela giuridica effettiva. La Corte accertò violazioni della libertà di riunione, del diritto a un ricorso effettivo e del divieto di discriminazione. Le dichiarazioni del sindaco avrebbero potuto influenzare le decisioni della sua amministrazione, stabilirono i giudici.
Tra i ricorrenti c’era un giovane attivista di nome Robert Biedroń. Divenne in seguito il primo deputato apertamente gay del Parlamento polacco, sindaco di Słupsk ed eurodeputato. Al momento della sentenza Kaczyński era già presidente della Repubblica.
Secondo il Consiglio d’Europa, la sentenza portò a modifiche del diritto di riunione polacco. Quando nel 2025 l’Ungheria vietò il Budapest Pride, la questione di allora tornò improvvisamente sorprendentemente attuale.