«Lo bruceremo»: il massacro di New Orleans
32 morti, nessun colpevole, nessuna compassione: l’incendio doloso dell’UpStairs Lounge a New Orleans nel 1973.
Il 24 giugno 1973 in un locale gay del Quartiere francese di New Orleans scoppiò un incendio che costò la vita a 32 persone ed è considerato ancora oggi il peggior attacco contro persone queer nell’America del Novecento.
L’UpStairs Lounge era un bar al secondo piano in Iberville Street, nascosto dietro una stretta scala a chiocciola che era al tempo stesso l’unico ingresso e l’unica uscita. La domenica il bar era particolarmente frequentato: con un dollaro si aveva birra libera per due ore, e la comunità della Metropolitan Community Church, una chiesa protestante queer, vi si ritrovava dopo la funzione per stare insieme. Quella sera erano presenti circa 60 persone quando, poco prima delle otto di sera, al piano di sotto suonò il campanello. La scala fu aperta, e qualcuno versò benzina nella tromba delle scale e le diede fuoco. In pochi minuti tutto il bar era in fiamme. L’inferno durò 19 minuti. Morirono 32 persone, almeno 15 rimasero ferite. Alcune cercarono di salvarsi dalle finestre, senza sapere che le grate si potevano aprire verso l’interno. Il barista Buddy Rasmussen condusse un gruppo in salvo attraverso un’uscita sul retro.
Il principale sospettato era Roger Dale Nunez, un uomo che poco prima era stato cacciato dal bar dopo aver molestato i clienti e minacciato di «bruciare» il locale. La polizia chiuse il caso il 30 agosto 1973 senza aver mai interrogato Nunez. Ufficialmente: causa dell’incendio sconosciuta. Nessuno fu mai incriminato.
Ciò che seguì fu doloroso quanto l’incendio stesso. Nessun politico eletto si espresse pubblicamente. L’arcivescovo Philip Hannan rifiutò i funerali religiosi. Commentatori radiofonici scherzarono dicendo che le vittime andavano sepolte «in barattoli». Famiglie si rifiutarono di identificare i corpi dei loro cari per paura dello stigma. Tre vittime non identificate furono sepolte in una fossa comune. Un poliziotto disse a un giornalista: «In fondo era un bar gay.» Per anni il crimine sprofondò nel silenzio collettivo. Solo la ricerca degli anni Novanta e un’ondata di libri, documentari e infine un musical («The View Upstairs») riportarono alla memoria ciò che era stato dimenticato.