Come un omicidio inasprì la persecuzione degli omosessuali
Il 30 giugno 1934 Hitler fece arrestare il capo delle SA Röhm. La sua omosessualità divenne pretesto e arma.
Il 30 giugno 1934 a Bad Wiessee, vicino a Monaco, iniziò un’azione omicida passata alla storia come «Notte dei lunghi coltelli». Nelle prime ore del mattino Adolf Hitler fece arrestare il capo di stato maggiore delle SA, Ernst Röhm, e altri capi delle squadre d’assalto nazionalsocialiste. Nei due giorni seguenti le SS uccisero almeno 85 persone, secondo altre stime ben più di cento. Röhm stesso fu fucilato il 1º luglio nel carcere di Monaco-Stadelheim.
Ufficialmente il regime giustificò gli omicidi con un presunto colpo di Stato. In realtà si trattava di rapporti di potere tra SA, SS e Reichswehr. Ma poiché Röhm, compagno di lunga data di Hitler, era popolare, serviva un ulteriore pretesto. La propaganda nazista ricorse alla «depravazione morale» di una cricca dirigente presumibilmente omosessuale. Röhm era effettivamente gay, cosa nota pubblicamente dal 1931. Finché era stato utile, non aveva dato fastidio a nessuno. Ora serviva da giustificazione.
Röhm non era una vittima nel senso consueto. Come capo delle SA condivideva la responsabilità della violenza dei primi anni del regime nazista. Ma il suo assassinio divenne il catalizzatore della persecuzione sistematica degli uomini omosessuali. Nei mesi successivi aumentarono le denunce, la polizia inasprì i suoi metodi. Nel 1935 i nazionalsocialisti inasprirono il paragrafo 175. In quasi tutte le grandi città ci furono retate, sorveglianza e chiusura dei luoghi d’incontro gay. Migliaia di uomini furono condannati, molti deportati nei campi di concentramento, dove dovevano portare il triangolo rosa.
È notevole che anche la stampa in esilio di lingua tedesca commentò l’uccisione di Röhm con sottintesi omofobi. Nella lotta contro il fascismo, giornali di sinistra e borghesi condividevano il disgusto del regime per la sessualità di Röhm.