Nove anni di lotta per il diritto alla famiglia
53 a 52. Con un solo voto di maggioranza, nel 2006 il Parlamento danese pose fine a un divieto di nove anni che negava alle donne lesbiche il diritto a una gravidanza medicalmente assistita.
Il 2 giugno 2006 il Parlamento danese, il Folketing, votò con una stretta maggioranza di 53 a 52 per consentire alle donne lesbiche e alle donne single pari accesso alla procreazione medicalmente assistita. Si concluse così una battaglia politica di nove anni del movimento LGBT danese contro una legge che nel 1997 aveva stabilito esattamente il contrario.
La Danimarca era stata presto un Paese pioniere dei diritti queer: nel 1989 era stata la prima al mondo a introdurre l’unione registrata. Ma nel 1997 la nuova legge sulla fecondazione artificiale escluse espressamente le coppie lesbiche e le donne single. Da allora medici e mediche non potevano curare queste pazienti. La legge fu percepita come un grave passo indietro e provocò subito le proteste dell’organizzazione LGBT LBL e di altri gruppi.
Poiché il divieto valeva espressamente solo per i medici, nacque una scappatoia creativa: nel 1999 l’ostetrica Nina Stork aprì a Copenaghen la StorkKlinik, che curava donne lesbiche e single senza violare formalmente la legge. Centinaia di donne percorsero questa strada. La clinica divenne un simbolo della resistenza ed esiste ancora oggi.
Il voto risicato del 2 giugno 2006 pose infine fine al divieto sul piano legislativo. Con la nuova legge n. 535, entrata in vigore l’8 giugno 2006, le coppie lesbiche e le donne single ottennero il diritto formale agli stessi trattamenti medici delle coppie eterosessuali. La decisione mostrò quanto rapidamente, nell’arco di un decennio, possano ribaltarsi l’accettazione sociale e le maggioranze politiche, e quanto sia importante la pressione della società civile.