La morte di Dorothy
«Somewhere Over the Rainbow» era più di una canzone: era l’inno di una comunità perseguitata.
Il 22 giugno 1969 Judy Garland morì a Londra. Il suo quinto marito, Mickey Deans, la trovò senza vita al mattino nel bagno della casa a schiera presa in affitto a Belgravia. Il medico legale stabilì come causa della morte un’overdose accidentale di barbiturici. Judy Garland aveva 47 anni. Dodici giorni prima aveva ancora festeggiato il compleanno.
Garland, nata nel 1922 come Frances Ethel Gumm in Minnesota, calcava il palcoscenico da quando aveva due anni. A diciassette anni divenne famosa in tutto il mondo: nel «Mago di Oz» (1939) interpretava Dorothy Gale, una ragazza del Kansas che sogna un mondo scintillante oltre l’arcobaleno. Il verso «Somewhere Over the Rainbow» divenne la sua canzone simbolo e un silenzioso punto d’appoggio per chi nella realtà non trovava posto.
Tra queste persone, negli anni Quaranta e Cinquanta, c’erano migliaia di uomini gay. In un’epoca in cui l’omosessualità negli Stati Uniti era reato e i bar gay venivano regolarmente presi d’assalto dalla polizia, uno spettacolo della Garland era considerato un luogo d’incontro sicuro. Chi era «un amico di Dorothy» capiva subito il codice: era uno di noi. L’espressione, derivata dal suo personaggio Dorothy Gale, divenne la formula di riconoscimento segreta di una comunità perseguitata.
La vita stessa della Garland era un’eco di questa lacerazione. Il sistema di Hollywood l’aveva imbottita di stimolanti da bambina, calmata con sonniferi da adulta e infine abbandonata. Dipendenza, depressione, difficoltà economiche e continui tentativi di ritorno segnarono i suoi ultimi anni. Pochi mesi prima della morte aveva affrontato faticosamente a Londra una serie di concerti al «Talk of the Town», a volte brillante, a volte a malapena in piedi.