Torte invece di baci: una festa di fidanzamento come protesta
Caffè, dolci e torta nuziale all’ufficio matrimoni di New York. Quella che sembrava una festa fu una delle proteste più astute del primo movimento queer, ben 34 anni prima che il matrimonio tra persone dello stesso sesso diventasse anche solo lontanamente pensabile a New York.
Il 4 giugno 1971 attiviste e attivisti della Gay Activists Alliance (GAA) entrarono nell’ufficio matrimoni della città di New York e misero caffettiere e torte nuziali sul bancone. A nome del cancelliere comunale Herman Katz avevano spedito finti inviti a una festa di fidanzamento per due coppie gay e spiegato al personale sbalordito che quel giorno sarebbero state rilasciate solo licenze per coppie dello stesso sesso. Arthur Evans rispondeva al telefono e invitava calorosamente alla festa chiunque chiamasse. Si ballò e si cantò. Fu una delle proteste più creative nella storia del movimento queer americano.
All’origine c’era un conflitto concreto tra diritto ecclesiastico e potere statale. Padre Robert M. Clement aveva fondato nel 1970 la Church of the Beloved Disciple, una delle prime comunità ecclesiali esplicitamente queer degli Stati Uniti, che celebrava le funzioni nella chiesa Holy Apostles a Chelsea. Clement, ex sacerdote apertamente gay della Chiesa cattolica nazionale polacca, vi celebrava regolarmente unioni tra persone dello stesso sesso, le cosiddette Holy Unions. Quando nell’aprile 1971 il matrimonio di una coppia lesbica, Bobbi Jean Sanchez e Joan Kearse, apparve sul New York Post e sulla rivista Jet, la situazione degenerò. Il cancelliere Katz minacciò conseguenze legali a Clement e al pastore anglicano che gli aveva concesso la chiesa.
La GAA, fondata poco dopo Stonewall come ramo politicamente organizzato del Gay Liberation Front, si era specializzata nei cosiddetti zap: azioni nonviolente e di grande effetto mediatico che mettevano deliberatamente a confronto autorità e funzionari. L’azione del 4 giugno 1971 fu una delle più celebri. Quando arrivò la polizia e intimò agli attivisti di andarsene, diversi rimasero davanti all’edificio, distribuirono volantini e furono intervistati da due troupe televisive. Che tra i finti sposi invitati ci fosse anche il futuro critico cinematografico e autore Vito Russo mostra quanto la storia culturale queer e l’attivismo politico di quegli anni fossero intrecciati.