La morte di un genio
Il 7 giugno 1954 morì per avvelenamento da cianuro Alan Turing, padre dell’informatica. Lo Stato lo aveva punito per la sua omosessualità.
Il 7 giugno 1954 Alan Turing morì nella sua casa di Wilmslow, in Inghilterra. Aveva 41 anni. La governante lo trovò morto nel suo letto la mattina seguente, accanto a lui una mela mangiata a metà. L’autopsia rivelò un avvelenamento da cianuro. L’inchiesta concluse per il suicidio, ma i dubbi persistono ancora oggi.
Turing non era un uomo comune. Matematico e logico, durante la Seconda guerra mondiale aveva contribuito in modo decisivo a decifrare il codice tedesco Enigma. Winston Churchill lo avrebbe indicato come colui che aveva dato il maggior contributo individuale alla vittoria alleata. È inoltre considerato il padre dell’informatica teorica e dell’intelligenza artificiale.
Lo Stato britannico lo ricompensò in altro modo. Nel 1952 Turing fu condannato per «grave indecenza» per aver avuto una relazione sessuale con un uomo. L’omosessualità era allora illegale in Gran Bretagna. Il tribunale gli diede una scelta: carcere o castrazione chimica. Turing scelse la seconda. Per un anno ricevette iniezioni di estrogeni che cambiarono in modo duraturo il suo corpo e la sua psiche. Gli fu inoltre revocato il nulla osta di sicurezza.
Due anni dopo era morto.
Nel 2013 la regina Elisabetta II concesse a Turing la grazia postuma. Nel 2017 entrò in vigore la cosiddetta «Alan Turing Law», che riabilitò postumi anche circa 65 000 uomini condannati in base alle stesse leggi.