Il matrimonio egualitario escluso dalla Costituzione
Molto prima del divieto del Pride: come l’Ungheria escluse nel 2011 il matrimonio egualitario nella Costituzione.
Il 18 aprile 2011 il Parlamento ungherese votò una nuova Legge fondamentale. Il risultato non ebbe nulla di emozionante. Il partito di governo Fidesz di Viktor Orbán disponeva di una maggioranza dei due terzi e fece passare il testo dopo appena un mese circa di discussione pubblica. Società civile e opposizione restarono in gran parte escluse.
Per lesbiche, gay e persone bisessuali la nuova Costituzione conteneva un messaggio inequivocabile. L’articolo L tutela espressamente il matrimonio come unione tra uomo e donna. L’unione registrata, che in Ungheria esisteva già, rimase. Ma la strada verso il matrimonio egualitario era ora sbarrata al più alto livello giuridico. Inoltre l’orientamento sessuale mancava nell’elenco dei motivi di discriminazione vietati, benché il governo si richiamasse alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, che menziona espressamente proprio questa caratteristica.
Le critiche arrivarono rapide e nette. ILGA-Europe avvertì già prima del voto che l’Ungheria voleva ancorare l’omofobia nella sua legge suprema. Human Rights Watch parlò di discriminazione sancita e chiese al presidente Pál Schmitt di rinviare il testo al Parlamento. Schmitt firmò comunque, e all’inizio del 2012 la Legge fondamentale entrò in vigore.
A posteriori quel giorno di aprile fu solo l’inizio. Negli anni successivi la Legge fondamentale fu integrata più volte. Alla fine del 2020 stabilì che la madre è una donna e il padre un uomo. Pochi mesi dopo seguì una legge che limitava i contenuti queer per i minori, e nel 2025 il governo creò la base per un divieto del Pride di Budapest. Decine di migliaia di persone scesero comunque in piazza.
Ciò che nel 2011 sembrava una questione di definizione giuridica divenne così il fondamento di una politica destinata a spingere passo dopo passo le persone queer fuori dalla vita pubblica.