Oscar Wilde sul banco degli imputati
Wilde in tribunale: il 26 aprile 1895 cominciò il processo che fece cadere l’acclamato drammaturgo.
Il 26 aprile 1895 all’Old Bailey di Londra cominciò un processo che fece storia sia nella letteratura sia nella storia queer. Sul banco degli imputati sedeva Oscar Wilde, l’acclamato drammaturgo la cui commedia «L’importanza di chiamarsi Ernesto» aveva debuttato solo poche settimane prima. L’accusa era di «grave indecenza» con giovani uomini.
Tutto era cominciato con un biglietto. Il marchese di Queensberry, padre dell’amante di Wilde, Lord Alfred Douglas, lo aveva lasciato al club di Wilde accusandolo di sodomia. Wilde lo querelò per diffamazione. Un errore fatale. L’avvocato di Queensberry annunciò una serie di giovani come testimoni; Wilde ritirò la querela e poco dopo fu arrestato al Cadogan Hotel. Il giudice competente avrebbe ritardato di proposito il mandato d’arresto per dargli la possibilità di fuggire in Francia. Wilde restò.
L’accusa si basava su una legge del 1885 che puniva tutti gli atti sessuali tra uomini. Le donne non ne furono mai toccate. In aula Wilde dovette spiegare che cosa fosse «l’amore che non osa dire il suo nome», un verso di una poesia di Douglas. La sua risposta divenne celebre.
I giurati non riuscirono ad accordarsi su un verdetto. Non fu un’assoluzione. Il governo mandò allora in campo il Solicitor General, e nel processo successivo Wilde fu dichiarato colpevole. La pena: due anni di lavori forzati, il massimo previsto dalla legge. La detenzione gli rovinò la salute. Dopo il rilascio andò in esilio e morì pochi anni dopo a Parigi.
Wilde divenne il simbolo di una giustizia che faceva dell’amore un crimine. In Inghilterra ci vollero poi ancora più di settant’anni perché il sesso tra uomini diventasse almeno in parte non punibile.