Il Consiglio d’Europa rafforza i diritti delle persone trans
Strasburgo, 2015: il Consiglio d’Europa si schiera con le persone trans e chiede autodeterminazione invece della sterilizzazione.
Il 22 aprile 2015 l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa diede a Strasburgo un segnale chiaro. A netta maggioranza approvò la risoluzione «Discriminazione contro le persone transgender in Europa». Un organo in cui siedono parlamentari di oltre quaranta Paesi chiedeva così la parità giuridica e sociale delle persone trans.
Il testo constatava ciò che molte persone interessate vivevano da anni. Le persone trans in Europa subiscono ampie discriminazioni, sul lavoro, nella ricerca di casa, in tribunale e nel sistema sanitario. Spesso sono bersaglio di discorsi d’odio, bullismo e violenza.
L’Assemblea si spinse particolarmente in là sul cambio di nome e di indicazione del sesso. Gli Stati membri dovevano creare procedure rapide, trasparenti e accessibili, basate sull’autodeterminazione. La risoluzione respingeva come condizioni la sterilizzazione, il divorzio forzato o una diagnosi psichiatrica. La transidentità inoltre non doveva più essere considerata una malattia psichica, senza però perdere l’accesso alle cure mediche. E gli Stati dovevano valutare se servisse una terza opzione di genere nei documenti.
Relatrice fu la parlamentare maltese Deborah Schembri. Il suo Paese aveva approvato poche settimane prima una delle leggi sull’identità di genere più avanzate al mondo. A Strasburgo però non mancarono le resistenze. Deputati conservatori tentarono con emendamenti di cancellare richieste centrali.
Una simile risoluzione non è giuridicamente vincolante. Ebbe comunque effetto. Organizzazioni di tutta Europa si richiamarono al testo, e diversi Paesi hanno da allora adeguato le loro leggi in questa direzione. In Svizzera dal 2022 basta una semplice dichiarazione all’ufficio di stato civile; la Germania seguì nel 2024 con la legge sull’autodeterminazione.
Per molte persone trans la risoluzione significò soprattutto una cosa: la conferma ufficiale che i loro diritti sono diritti umani.