Un museo sul banco degli imputati
Il giorno dell’inaugurazione arrivò la polizia: nel 1990 a Cincinnati un museo e le sue foto di Mapplethorpe finirono in tribunale.
Il 7 aprile 1990 il Contemporary Arts Center di Cincinnati aprì le porte a una mostra su cui mezzo Paese stava già litigando. «The Perfect Moment» presentava centosettantacinque fotografie di Robert Mapplethorpe. L’artista newyorkese era morto di AIDS l’anno prima. Accanto a nature morte di fiori e ritratti, la sua opera comprendeva anche immagini esplicite di uomini gay.
Il giorno stesso dell’inaugurazione intervenne la giustizia. Una grand jury aveva visitato la mostra in anticipo e ora incriminò il museo e il suo direttore Dennis Barrie, tra l’altro per promozione dell’oscenità. Al centro c’erano sette immagini: cinque mostravano uomini in pose sadomasochiste, due bambini nudi. La polizia fece uscire pubblico e stampa e chiuse il museo per un’ora per filmare le opere come prove. Fuori nacque spontaneamente una protesta contro la censura.
La mostra aveva una storia. La Corcoran Gallery di Washington l’aveva annullata dopo che il senatore conservatore Jesse Helms aveva tuonato contro i finanziamenti pubblici all’arte «sporca». A Cincinnati, fiera della sua fama nella lotta alla pornografia, ne nacque un procedimento penale. Fu considerato il primo processo a un museo d’arte per il contenuto di una mostra.
Un giudice federale vietò alla polizia di sequestrare immagini o di richiudere la mostra. Diventò una calamita per il pubblico. In autunno seguì il processo. La difesa sostenne che le fotografie avevano un indiscutibile valore artistico e quindi non erano oscene in senso giuridico. Il 5 ottobre 1990 quattro donne e quattro uomini assolsero il museo e il suo direttore su tutti i capi d’accusa.
L’assoluzione divenne una pietra miliare per la libertà artistica. Allo stesso tempo il caso mostrò quanto la sessualità gay visibile apparisse minacciosa a molti in piena crisi dell’AIDS. Mapplethorpe non visse la disputa sulle sue immagini.