Liberati, ma non tutti
L’11 aprile 1945 Buchenwald fu liberato. Per i detenuti gay la persecuzione non era finita.
L’11 aprile 1945 i detenuti del campo di concentramento di Buchenwald, vicino a Weimar, presero il controllo del campo. Nel pomeriggio entrarono le truppe americane e trovarono oltre ventunomila persone. Tra i liberati c’erano anche uomini con il triangolo rosa, il contrassegno dei detenuti perseguitati per la loro omosessualità.
Il regime nazista deportò circa settecento di questi uomini a Buchenwald e Mittelbau-Dora. Molti arrivavano direttamente dal carcere, dove avevano già scontato una pena in base al paragrafo 175. Invece di essere liberati, finirono nel lager. Nella gerarchia del campo stavano in fondo, venivano spesso assegnati alla compagnia di punizione e dovevano sgobbare nella cava. Gran parte di loro non sopravvisse.
Alcuni divennero cavie. Dal 1944 il medico SS danese Carl Værnet operò detenuti omosessuali impiantando loro nell’inguine ghiandole ormonali artificiali. Voleva così «guarirli», coperto personalmente da Heinrich Himmler. Gli esperimenti fallirono. Almeno due uomini morirono per le conseguenze.
Værnet stesso non fu mai processato. Dopo la guerra fu arrestato a Copenaghen, ma finse un disturbo cardiaco e fu ricoverato. Più tardi gli fu permesso di andare in Svezia per curarsi. Da lì fuggì in Argentina, dove proseguì le sue ricerche sulla «guarigione» dell’omosessualità fino alla morte nel 1965. Che la Danimarca lo avesse lasciato scappare divenne ampiamente noto solo alla fine degli anni Novanta, dopo che l’attivista britannico Peter Tatchell aveva chiesto un’indagine.
Per i sopravvissuti con il triangolo rosa la liberazione non fu una vera fine. Nella Repubblica federale il paragrafo 175 continuò a valere nella versione nazista. Per decenni non furono riconosciuti come vittime del nazismo. Oggi al memoriale di Buchenwald una lapide li ricorda.