La fine della criminalizzazione
Un uomo di Belfast fa ricorso a Strasburgo e vince. La conseguenza: nel 1982 l’Irlanda del Nord abolisce il divieto per i gay.
L’8 dicembre 1982 entra in vigore in Irlanda del Nord un’ordinanza poco appariscente che gli uomini gay attendevano da tempo. Con la Homosexual Offences (Northern Ireland) Order, gli atti sessuali consensuali tra uomini adulti in privato non sono più reato. In Inghilterra e Galles era così già da quindici anni. L’Irlanda del Nord era l’ultima parte del Regno Unito in cui il vecchio divieto era ancora in vigore.
Che ci sia voluto tanto aveva ragioni politiche. Negli anni Settanta alcuni attivisti fondarono a Belfast la Northern Ireland Gay Rights Association. I loro appelli al governo di Londra caddero nel vuoto, perché nessuno dei dodici deputati nordirlandesi a Westminster voleva sostenere una riforma. A ciò si aggiunse una forte opposizione dal pulpito: il predicatore Ian Paisley lanciò la campagna «Save Ulster from Sodomy», a cui aderirono circa settantamila persone. Londra abbandonò i progetti nel 1979.
La strada passò quindi per Strasburgo. Jeffrey Dudgeon, impiegato di una compagnia di navigazione a Belfast e uno dei leader del movimento, dopo un’operazione di polizia era stato interrogato per ore sulla sua vita intima. Non fu mai incriminato. Ciononostante si rivolse alle istanze europee per i diritti umani. Nel 1981 la Corte europea dei diritti dell’uomo gli diede ragione. Il divieto violava il suo diritto al rispetto della vita privata, anche se non si arrivava mai a un procedimento penale.
La Gran Bretagna dovette agire. La riforma restò però timida. L’età del consenso per gli uomini era fissata a ventun anni, molto più alta che per le coppie eterosessuali. Fu equiparata solo quasi due decenni dopo.
La sentenza ebbe effetti ben oltre l’Irlanda del Nord. Divenne un precedente per tutta l’Europa e nel 2003 servì persino da riferimento alla Corte suprema degli Stati Uniti, quando abolì le ultime leggi sulla sodomia del Paese.