L’omicidio di Dejan Nebrigić
Ucciso a ventinove anni: Dejan Nebrigić aveva fondato la prima organizzazione gay e lesbica della Serbia.
Il 29 dicembre 1999 Dejan Nebrigić fu trovato morto nel suo appartamento a Pančevo. Era il giorno del suo ventinovesimo compleanno. L’attivista era stato strangolato, e l’assassino veniva dalla sua cerchia più stretta: il suo ex compagno.
Nebrigić fu tra i pionieri del movimento gay e lesbico serbo. Nel millenovecentonovanta fondò a Belgrado, insieme alla femminista Lepa Mlađenović, Arkadija, la prima organizzazione per i diritti di gay e lesbiche del Paese. Il momento non poteva essere peggiore. La Jugoslavia si stava disgregando, il nazionalismo di Slobodan Milošević dominava le strade, e per chi non corrispondeva all’immagine tradizionale restava poco spazio. Nebrigić si impegnò quindi non solo per i diritti queer, ma anche contro la guerra, per esempio con le Donne in nero. Quando doveva essere chiamato alle armi, fece coming out davanti alla commissione di leva. Lo mandarono dallo psichiatra.
In seguito, con la campagna contro l’omofobia, documentò l’istigazione all’odio nei media e nella politica. Nella primavera del 1999 osò un passo che nessuno aveva osato prima. Fece causa al padre del suo ex compagno, che lo aveva minacciato più volte perché lo riteneva responsabile dell’omosessualità del figlio. Fu il primo processo per discriminazione omofoba in Serbia. La polizia non lo aiutò, lo picchiò. Un difensore d’ufficio rifiutò il mandato. L’udienza fu rinviata, e a una sentenza non si arrivò mai.
Dopo la sua morte il regime mostrò come sfruttava casi simili. Il giudice istruttore presentò pubblicamente Arkadija come una setta antistatale finanziata dall’estero. L’assassino fu condannato solo anni dopo a quattro anni di carcere. Molti compagni di strada erano convinti che Nebrigić fosse morto, in fondo, per il suo coraggio.