Una sentenza contro la retata
Una retata, un’umiliazione al posto di polizia e una sentenza: la Costituzione vale anche per le persone queer.
Il 22 dicembre 2008 la High Court di Kampala emise una sentenza che in Uganda quasi nessuno si aspettava. La giudice Stella Arach diede ragione a Victor Mukasa e Yvonne Oyoo, che avevano fatto causa allo Stato. Era la prima volta che persone queer in Uganda portavano le autorità in tribunale. E vinsero.
La vicenda risale al 2005. A luglio alcuni funzionari locali entrarono senza mandato di perquisizione nella casa di Mukasa. Mukasa aveva cofondato Sexual Minorities Uganda ed era una delle voci più note del movimento. Gli uomini frugarono le stanze e portarono via dei documenti.
A farne le spese fu soprattutto Yvonne Oyoo, una studentessa keniana in visita. Fu arrestata e portata al posto di polizia. Lì dovette spogliarsi e fu palpata, presumibilmente per stabilirne il sesso. Fu poi rilasciata senza accuse.
Mukasa andò temporaneamente in esilio in Sudafrica. Tornati in Uganda, i due si rivolsero al tribunale. La Corte stabilì che i loro diritti alla libertà, alla dignità e alla vita privata erano stati violati, così come la tutela contro i trattamenti inumani. La giudice si basò anche sulla Dichiarazione universale dei diritti umani e sulla Convenzione ONU sui diritti delle donne. Ritenne responsabile lo Stato, benché la retata fosse partita da funzionari locali. Entrambi ricevettero un risarcimento.
Le organizzazioni per i diritti umani celebrarono la decisione come un segnale: i diritti fondamentali della Costituzione ugandese valgono per tutti, anche per le persone queer. La sentenza non cambiò nulla al divieto della sessualità tra persone dello stesso sesso. Ma mostrò che i tribunali non si limitavano a guardare dall’altra parte.
Quanto fosse prezioso divenne presto chiaro. Meno di un anno dopo in Parlamento c’era un disegno di legge che prevedeva per l’omosessualità persino la pena di morte. Mukasa vive oggi negli Stati Uniti, dove ha ottenuto l’asilo nel 2013.