Una sentenza per gli aggrediti di Tbilisi
Nel 2013 a Tbilisi alcuni sacerdoti guidarono una folla contro attivisti queer. Strasburgo vi vide una tolleranza dello Stato.
Il 16 dicembre 2021 la Corte europea dei diritti dell’uomo emise a Strasburgo una sentenza che attiviste e attivisti queer in Georgia attendevano da oltre otto anni. Riguardava una giornata rimasta impressa a fondo nella memoria del movimento LGBTQ georgiano.
Il 17 maggio 2013, Giornata internazionale contro l’omofobia, un piccolo gruppo voleva manifestare in silenzio nel centro di Tbilisi. Erano previsti venti minuti. Ma migliaia di contromanifestanti, guidati da sacerdoti ortodossi, si lanciarono contro di loro. Sfondarono le transenne e inseguirono i partecipanti per le strade, finché la polizia non li evacuò. Decine di persone rimasero ferite.
In Georgia l’aggressione restò in gran parte senza conseguenze. L’organizzazione per i diritti delle donne Women’s Initiatives Supporting Group si rivolse quindi a Strasburgo insieme alle persone colpite.
La sentenza fu netta. Le autorità conoscevano esattamente il rischio e avevano comunque inviato solo agenti di pattuglia disarmati. In alcuni punti la polizia aveva persino aperto le transenne agli aggressori. La Corte parlò di tolleranza ufficiale e, in parte, di partecipazione attiva. Accertò violazioni del divieto di trattamenti inumani, del divieto di discriminazione e delle libertà di riunione e di espressione. La Georgia dovette versare alle persone colpite quasi 200 000 euro.
La sentenza non segnò una svolta. Solo pochi mesi prima gruppi violenti avevano assaltato gli eventi del Tbilisi Pride e aggredito decine di giornalisti. E nel 2024 il Parlamento approvò una legge a tutela dei «valori familiari» che limita fortemente la visibilità queer. Il 17 maggio 2013 resta così molto più di un ricordo.