Il caso Jennifer Laude
Un soldato americano, una donna trans uccisa, una sentenza a metà: il caso Jennifer Laude nelle Filippine.
Il 1º dicembre 2015 un tribunale regionale di Olongapo emise una sentenza che le Filippine attendevano da oltre un anno. Il marine statunitense Joseph Scott Pemberton fu riconosciuto colpevole di aver ucciso la donna trans Jennifer Laude.
Nell’ottobre 2014 Pemberton aveva conosciuto la ventiseienne in un bar ed era andato con lei in un motel. Poco dopo Laude fu trovata senza vita nel bagno, strangolata e piegata sopra il water. Pemberton dichiarò di essersi accorto solo in camera che era trans.
Il caso divenne rapidamente una questione politica nazionale. Pemberton era nel Paese per un’esercitazione congiunta, e l’accordo sulle forze armate con gli Stati Uniti stabiliva chi potesse trattenere un soldato accusato. Invece che in un carcere filippino, era detenuto in un’area sorvegliata di una base militare a Manila. Per molti nel Paese era il simbolo di quanto fossero diseguali i rapporti tra i due Stati.
Il tribunale inflisse da sei a dodici anni di carcere. Non però per omicidio volontario aggravato, ma per omicidio, perché non riteneva soddisfatti gli elementi dell’assassinio. La famiglia parlò di una vittoria incompleta. In seguito la pena massima fu persino ridotta a dieci anni.
La storia però non era del tutto chiusa. Nel settembre 2020 il presidente Rodrigo Duterte concesse la grazia al soldato. Pochi giorni dopo Pemberton fu riportato negli Stati Uniti con un aereo militare. I familiari di Laude e le organizzazioni queer reagirono con indignazione.
Per la comunità queer delle Filippine Jennifer Laude è ancora oggi il volto della violenza contro le donne trans. Il suo nome rappresenta una domanda scomoda: quanto vale la vita di una donna trans quando l’autore ha alle spalle uno Stato potente?