Il popolo dice no, il Parlamento sì comunque
Nel 2018 Taiwan votò contro il matrimonio egualitario. Sei mesi dopo arrivò comunque, il primo di tutta l’Asia.
Il 24 novembre 2018 a Taiwan milioni di persone andarono alle urne. In realtà si trattava di elezioni locali. Ma sulla scheda c’erano anche dieci quesiti referendari, e la metà riguardava i diritti delle persone queer.
L’impulso era venuto da gruppi cristiani conservatori. Volevano frenare una sentenza della Corte costituzionale che nella primavera dell’anno precedente aveva stabilito che l’esclusione delle coppie dello stesso sesso dal matrimonio violava la Costituzione. Il Parlamento aveva avuto due anni per correggere la situazione. Gli oppositori portarono al voto tre proposte. Volevano limitare il matrimonio a uomo e donna nel codice civile e tenere i temi queer fuori dall’insegnamento scolastico. Attiviste e attivisti risposero con due proposte proprie.
La campagna fu dura. Circolarono voci su presunte conseguenze del matrimonio egualitario, e gli oppositori ricevettero il sostegno di organizzazioni statunitensi come la National Organization for Marriage. Il risultato fu netto. Circa due terzi respinsero l’apertura del matrimonio nel codice civile, e tutte le proposte conservatrici furono approvate. Amnesty International parlò di una dura battuta d’arresto per i diritti umani.
Il voto però non cambiava nulla alla sentenza costituzionale. Il termine fissato dalla Corte continuava a scorrere. Il governo scelse quindi una via di mezzo: nessuna modifica al codice civile, ma una legge apposita per le coppie dello stesso sesso. Nel maggio 2019, proprio nella Giornata internazionale contro l’omofobia, il Parlamento la approvò. Taiwan divenne così il primo Paese asiatico in cui due uomini o due donne possono sposarsi.
La deputata Yu Mei-nu, che per anni si era battuta per la parità, scrisse in seguito che la campagna referendaria aveva diviso profondamente la società. Taiwan era al tempo stesso l’unico Paese ad aver percorso tutte e tre le strade: tribunale, referendum e Parlamento. Alla fine l’ultima parola l’ebbe la Costituzione.