Libertà per tre giorni
Il Malawi sospende le sue leggi contro l’omosessualità. Tre giorni dopo il governo non ne vuole più sapere.
Il 5 novembre 2012 il ministro della Giustizia del Malawi Ralph Kasambara si presentò alla stampa e annunciò qualcosa che in gran parte dell’Africa sembrava impensabile. La polizia non avrebbe più arrestato né incriminato nessuno per atti tra persone dello stesso sesso. Le norme in questione, un’eredità dell’epoca coloniale britannica, prevedevano fino a 14 anni di carcere. Dovevano restare sospese finché il Parlamento non avesse deciso sul loro futuro.
Il passo non veniva dal nulla. Due anni prima la condanna di una coppia che aveva festeggiato pubblicamente il fidanzamento aveva suscitato indignazione in tutto il mondo. I donatori internazionali congelarono gli aiuti, e il Malawi finì sotto pressione. La presidente Joyce Banda, in carica dalla primavera, aveva annunciato di voler abrogare le norme penali. Kasambara motivò la moratoria con sobrietà: se le leggi fossero state dichiarate incostituzionali in seguito, sarebbe stato imbarazzante per il governo aver perseguito delle persone fino ad allora.
Le organizzazioni per i diritti umani esultarono. Amnesty International parlò di un passo storico. Ma la gioia durò solo pochi giorni. Il Consiglio delle Chiese, una federazione di Chiese protestanti, protestò con forza, e anche l’Ordine degli avvocati dubitò che un ministro potesse sospendere delle leggi. Tre giorni dopo Kasambara fece marcia indietro. Un simile annuncio non c’era mai stato, fece sapere.
L’idea però non scomparve del tutto. Governi successivi ordinarono di nuovo alla polizia di rinunciare agli arresti. Nel 2016 un tribunale dichiarò tuttavia illegittima questa prassi: il governo non poteva sospendere leggi approvate dal Parlamento. E nel 2024 la Corte costituzionale confermò le norme penali.