Il Paese dice sì
Quasi il sessantadue per cento per il matrimonio egualitario: l’Australia vota per posta, e il risultato è netto.
Il 15 novembre 2017 a Canberra il capo dell’istituto di statistica australiano si presentò davanti alle telecamere e annunciò un risultato che un intero Paese attendeva. Quasi il sessantadue per cento aveva votato sì. La domanda era semplice: la legge deve essere modificata per permettere alle coppie dello stesso sesso di sposarsi?
La strada per arrivarci fu tutt’altro che semplice. Il governo conservatore voleva un referendum vincolante, ma il Senato lo respinse. Invece di lasciar decidere direttamente il Parlamento, il governo ricorse a uno strumento insolito: un sondaggio facoltativo per posta, condotto dall’ufficio nazionale di statistica. Non era giuridicamente vincolante. Molte organizzazioni queer criticarono aspramente la procedura. Temevano che un dibattito pubblico di mesi sulle loro relazioni avrebbe lasciato soprattutto ferite. I servizi di consulenza registrarono infatti molte più richieste durante la campagna.
Il movimento decise comunque di partecipare e vincere. L’affluenza superò ogni aspettativa. Circa l’ottanta per cento degli aventi diritto rispedì il questionario, anche se nessuno era obbligato a farlo. In tutti gli Stati e territori vinse il sì, e così in centotrentatré collegi su centocinquanta.
Quando il risultato fu reso noto, a Sydney e Melbourne migliaia di persone si abbracciarono. Per molte era la prima volta che una maggioranza dei loro concittadini si schierava così esplicitamente dalla loro parte.
Politicamente il risultato ebbe subito conseguenze. Il primo ministro Malcolm Turnbull promise che il Parlamento avrebbe deciso prima di Natale. Il sondaggio in sé non cambiò alcuna legge. Ma rese praticamente impossibile continuare a ignorare la volontà della popolazione. Poco meno di tre settimane dopo fu fatta.