Un timbro nel registro apre una porta sul retro
Cinque coppie di uomini si sposano a Toronto, Israele non vuole registrarle. Poi la Corte suprema dice la sua.
Il 21 novembre 2006 la Corte suprema di Israele emise una sentenza i cui effetti si sentono ancora oggi. Cinque coppie di uomini israeliani si erano sposate a Toronto. Tornati in patria, volevano essere registrati come sposati nel registro della popolazione. Il ministero dell’Interno rifiutò.
Il caso ha una storia particolare. Israele non conosce il matrimonio civile: ci si sposa solo davanti a un’autorità religiosa. Decine di migliaia di coppie eterosessuali si spostano quindi all’estero, per lo più a Cipro, e poi si fanno registrare senza problemi. Proprio su questa prassi si basavano i ricorrenti. Già negli anni Sessanta la Corte aveva stabilito che il funzionario del registro è un semplice statistico. Non può verificare la validità giuridica di un atto autentico.
Il governo obiettò che un matrimonio tra due uomini non era previsto dal diritto israeliano e che doveva decidere il Parlamento. La Corte la vide diversamente, con sei voti contro uno: il funzionario aveva oltrepassato le sue competenze, i matrimoni andavano registrati. Allo stesso tempo i giudici sottolinearono con insistenza che non creavano con ciò un nuovo stato civile. Il giudice Elyakim Rubinstein dissentì nella sua opinione di minoranza. Per il pubblico, un’annotazione sul documento non faceva alcuna differenza rispetto a un riconoscimento.
Proprio qui stava la portata esplosiva. Formalmente si trattava solo di una nota statistica, nella vita quotidiana però di un documento con la dicitura «sposato». Alcuni deputati annunciarono subito leggi per scardinare la sentenza. La coppia Yosi Ben-Ari e Laurent Schumann, da cui il caso prende il nome, intanto progettava una festa.
Una porta sul retro, aperta in origine per le coppie eterosessuali, lasciava ora passare anche le coppie gay e lesbiche. Sposarsi nel proprio Paese, ancora oggi, non possono.