La condanna a morte del soldato Mats Ersson
Viveva da uomo, serviva come soldato e sposò una serva. Nel 1679, a Stoccolma, le costò la testa.
Il 12 novembre 1679 la corte reale di Stoccolma confermò la condanna a morte di una donna che per anni aveva vissuto da uomo. Con il nome di Mats Ersson, Lisbetha Olsdotter aveva lavorato come servo, percepito la paga da soldato e sposato una donna.
Veniva dalla parrocchia di Östuna, nell’Uppland, era sposata e aveva due figli. Nel 1672 lasciò il marito, a suo dire per maltrattamenti e infedeltà. A Stoccolma si mise dapprima a servizio come domestica. Nell’autunno del 1676 indossò abiti maschili e da allora si fece chiamare Mats. Un barcaiolo che scoprì il segreto ne approfittò e la piazzò nell’esercito dietro compenso. Perché il travestimento reggesse, portava un corno nei pantaloni.
Prima della partenza delle truppe Mats Ersson sposò in chiesa la serva Kerstin Ersdotter. Né il parroco né la comunità sospettarono nulla. Kerstin però si accorse presto che qualcosa non andava, si sentì ingannata e portò la questione davanti alle autorità.
L’accusa elencò tutto ciò che sfidava l’ordine dell’epoca: il marito abbandonato, gli abiti maschili proibiti, l’inganno alla sposa e alla Chiesa, la paga ottenuta con la frode. Che tra le due donne ci fosse stato di più, entrambe lo negarono. Del resto il diritto svedese non vietava espressamente i rapporti sessuali tra donne. Kerstin fu considerata una vittima e non fu punita.
Poiché il caso era così insolito, la sentenza dovette essere confermata dalla massima autorità. Lisbetha Olsdotter fu poi decapitata sull’Hötorget, il mercato del fieno. Il tribunale aveva prescritto persino il suo abbigliamento: abiti maschili sul corpo, una cuffia da donna sul capo. Fino all’ultimo doveva restare visibile quale confine avesse oltrepassato.
Come lei stessa si percepisse, come donna travestita o come uomo, gli atti non lo dicono. Mostrano solo con quanta durezza reagì una società che non conosceva alcuno spazio per una vita al di fuori dei ruoli.