L’omicidio di Aaron Webster nello Stanley Park
Vancouver, 2001: un gruppo di giovani uccide di botte Aaron Webster nello Stanley Park. Migliaia di persone scendono in piazza.
Il 17 novembre 2001 muore a Vancouver Aaron Webster. Quella notte il quarantunenne si trova nello Stanley Park, vicino ai sentieri nel bosco noti da decenni come luogo d’incontro di uomini gay. Un gruppo di giovani attraversa il parco con mazze da baseball e una stecca da biliardo. Cercano, a loro dire, dei «guardoni». Trovano Webster.
Lo inseguono fino al parcheggio, lo atterrano e continuano a picchiarlo quando è ormai a terra. Un caro amico, anch’egli lì per caso, lo scopre poco dopo nella luce dei fari della sua auto. Cerca di rianimarlo. Invano.
Il giorno dopo si vede che cosa scatena questo omicidio. Alla manifestazione organizzata spontaneamente arrivano dapprima un centinaio di persone. Quando il corteo parte, su Davie Street, il cuore del West End queer, ne aspettano migliaia. Marciano quasi in silenzio. Davanti alla folla un ispettore di polizia definisce il fatto un crimine d’odio, benché le indagini siano appena cominciate.
In tribunale le cose vanno diversamente. L’accusa non menziona nemmeno che Webster era gay. Un giudice minorile definisce sì espressamente il fatto un’aggressione contro i gay. Per il capo adulto del gruppo, però, il procuratore esclude il movente d’odio, e il pubblico in aula protesta ad alta voce. Il verdetto è omicidio colposo, sei anni di carcere. Mancavano prove sull’orientamento sessuale della vittima, osserva la giudice.
Eppure il caso cambia molte cose. Polizia e comunità queer cercano per la prima volta seriamente il dialogo. Le scuole ampliano i programmi contro l’omofobia. E due anni e mezzo dopo il fatto il Parlamento canadese include l’orientamento sessuale nella tutela penale contro l’odio, con il sostegno della polizia di Vancouver.
Aaron Webster è oggi considerato la vittima più nota della violenza omofoba in Canada. Le sue ultime parole agli aggressori sarebbero state: «Basta così, ragazzi.» Per molti a Vancouver divennero un motto.