Asilo senza doversi nascondere
Tre uomini gay, una sentenza da Lussemburgo: chi cerca protezione non deve nascondere la propria omosessualità.
Il 7 novembre 2013 la Corte di giustizia dell’Unione europea a Lussemburgo emise una sentenza che cambiò la prassi in materia di asilo in tutta Europa. Riguardava tre uomini provenienti da Sierra Leone, Uganda e Senegal. Tutti e tre erano gay, tutti e tre venivano da Paesi in cui gli atti tra persone dello stesso sesso sono puniti. Nei Paesi Bassi avevano chiesto protezione ed erano stati respinti. Il Consiglio di Stato olandese voleva quindi sapere come interpretare il diritto europeo dei rifugiati in casi simili.
Su punti importanti la risposta fu chiara. Le persone omosessuali provenienti da tali Stati costituiscono un «determinato gruppo sociale» e possono quindi essere riconosciute come rifugiate. Ancora più importante era un secondo principio: l’orientamento sessuale è così fondamentale per l’identità di una persona che nessuno può essere costretto a rinunciarvi. Le autorità non possono quindi aspettarsi che le persone in fuga nascondano la propria omosessualità in patria o si mostrino particolarmente riservate per sfuggire alla persecuzione.
Proprio con questo argomento molte domande erano state respinte in precedenza, anche in Germania. A gay e lesbiche si consigliava in sostanza di vivere semplicemente con discrezione. Ora era finita, e in modo vincolante per tutti gli Stati membri.
La gioia però non fu senza ombre. La Corte stabilì che una legge penale da sola non costituisce ancora persecuzione. Solo quando vengono effettivamente inflitte pene detentive si può parlare di persecuzione. La Commissione internazionale dei giuristi parlò perciò di un bicchiere mezzo pieno. Chi subisce ogni giorno vessazioni, ricatti o violenze senza che venga mai emessa una sentenza rischia di cadere tra le maglie.
Ciononostante la decisione è considerata ancora oggi una pietra miliare. Ha chiarito che la protezione non può dipendere dal fatto che qualcuno si renda invisibile.