L’arcobaleno brucia
Nel 2013 dei nazionalisti diedero fuoco a un arcobaleno a Varsavia. L’artista non lo aveva mai pensato come simbolo LGBT.
L’11 novembre 2013 la Polonia festeggia il giorno dell’Indipendenza. A Varsavia la cosiddetta marcia dell’Indipendenza attraversa il centro, organizzata da due gruppi di estrema destra, la Gioventù di tutta la Polonia e il Campo nazional-radicale. Vi partecipano circa quindicimila persone, soprattutto giovani uomini. Portano croci celtiche, scandiscono slogan e avvolgono le strade nel fumo dei petardi.
Neanche un’ora dopo la partenza, in piazza Zbawiciela brucia un arcobaleno. L’installazione «Tęcza» dell’artista Julita Wójcik, un arco di fiori artificiali su una struttura metallica, si trova dall’estate 2012 davanti alla chiesa del Salvatore. In precedenza era stata esposta a Bruxelles davanti al Parlamento europeo. Wójcik voleva rappresentare speranza, amore e pace, una Polonia aperta. L’arco non doveva espressamente essere un simbolo del movimento LGBT.
Ma fu proprio così che venne letto. Nazionalisti e cattolici intransigenti videro nei sei colori la bandiera arcobaleno. Un politico del partito Diritto e Giustizia schernì l’installazione con un insulto omofobo, il sacerdote radiofonico Tadeusz Rydzyk la definì un simbolo di perversione. L’arco era già stato incendiato in passato. Ma nel giorno della festa nazionale accadde davanti alle telecamere, e le immagini fecero il giro del mondo. Più tardi alcuni partecipanti attaccarono anche l’ambasciata russa, finché la polizia chiese di revocare l’autorizzazione alla marcia.
L’arcobaleno fu ogni volta riparato. Da opera d’arte era diventato un termometro di quanta diversità il Paese sapesse sopportare. Nell’agosto 2015 l’autorizzazione temporanea scadde e la struttura scomparve dalla piazza. Tre anni dopo vi comparve di nuovo per qualche ora un arcobaleno, questa volta fatto di vapore acqueo e luce, allestito per la Parata dell’uguaglianza di Varsavia. A quello non si poteva dare fuoco.