Una sentenza pone fine alla criminalizzazione
Un’irruzione della polizia in un bar, un’alleanza di attiviste coraggiose e alla fine una sentenza storica.
Il 25 novembre 1997 la Corte costituzionale dell’Ecuador dichiarò incostituzionale il divieto delle relazioni tra persone dello stesso sesso. Dall’Ottocento erano punite con quattro-otto anni di carcere. Con una decisione unanime quel capitolo si chiuse.
La strada era cominciata con una notte di violenza. Nel giugno 1997 la polizia fece irruzione a Cuenca nel bar Abanicos, dove si stava incoronando la prima Gay Queen della città. Gli arrestati riferirono poi di maltrattamenti, torture e violenze sessuali durante la detenzione. Ciò che doveva intimidire ottenne l’effetto opposto.
Per la prima volta gruppi queer di tutto il Paese si unirono. Chiamarono la loro alleanza Triángulo Andino, con un richiamo voluto al triangolo rosa dell’epoca nazista. Per un ricorso costituzionale servivano mille firme. Molti gay e lesbiche temevano di essere riconosciuti. Furono quindi soprattutto le donne trans del gruppo Coccinelle a stare nelle piazze e davanti alle università a raccogliere firme. A Quito sfilò la prima marcia di protesta queer del Paese. Alla fine sul tavolo c’erano circa millequattrocento firme.
La vittoria aveva un retrogusto amaro. La Corte cancellò solo il primo comma dell’articolo penale e nella motivazione continuò a definire l’omosessualità una «disfunzione». Si festeggiò comunque, con una marcia spontanea per la capitale.
L’effetto fu ampio. Già un anno dopo l’Ecuador inserì nella Costituzione la tutela contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, tra i primi Paesi al mondo. Dal 2019 le coppie dello stesso sesso possono sposarsi. Le notizie su cosiddette cliniche di rieducazione mostrano però che la realtà quotidiana resta ancora oggi indietro rispetto alle leggi.