Una Costituzione che chiama per nome le persone queer
Nel 2015 il Nepal è il primo Paese asiatico a nominare espressamente le persone queer nella Costituzione.
Il 16 settembre 2015 l’Assemblea costituente di Kathmandu approvò la nuova Costituzione del Nepal. Per sette anni il Paese aveva lottato per arrivarci; una prima assemblea aveva fallito nel compito, e solo i devastanti terremoti di quella primavera riportarono al tavolo i partiti divisi. Quando il risultato fu certo, in sala scoppiarono gli applausi. Quattro giorni dopo il testo fu promulgato solennemente.
Per le persone queer quel giorno la posta in gioco era insolitamente alta, e ottennero insolitamente molto. La Costituzione nomina espressamente le «minoranze sessuali e di genere». Un articolo ne vieta la discriminazione da parte dello Stato e delle autorità. Un secondo consente di registrare nel certificato di cittadinanza l’identità di genere autodeterminata. Un terzo garantisce la partecipazione alle cariche pubbliche secondo il principio dell’inclusione. Nessun altro Paese asiatico lo aveva fatto fino ad allora; nel mondo vi erano riusciti in pochi, tra cui Sudafrica ed Ecuador.
Non era affatto scontato. La Corte suprema aveva sì ordinato già nel 2007 la parità di trattamento e riconosciuto un terzo genere, ma una sentenza non è una Costituzione. Che le formulazioni decisive entrassero nel testo fu soprattutto merito della Blue Diamond Society, che per anni consigliò deputati, presentò studi e organizzò workshop in tutte le regioni del Paese. La sua direttrice Manisha Dhakal disse poi che nessuno avrebbe più potuto escludere la comunità da alloggio, istruzione, lavoro o assistenza sanitaria.
Rimase una lacuna. Del matrimonio il testo non diceva una parola, e il codice civile entrato in vigore più tardi lo definiva espressamente come unione tra uomo e donna. Solo nel 2023 la Corte suprema ordinò una registrazione provvisoria delle coppie dello stesso sesso.