L’oro a Innsbruck, e poi la verità
Voleva ballare, suo padre glielo vietò. John Curry divenne campione olimpico e apertamente gay, in pieni anni Settanta.
Il 9 settembre 1949 nacque a Birmingham un bambino che voleva diventare ballerino. Suo padre riteneva che la danza non fosse cosa da ragazzi. Il pattinaggio artistico invece lo accettava, e così John Curry da bambino salì per la prima volta sul ghiaccio. Dal compromesso nacque in seguito un’arte a sé.
Curry portò il balletto classico e la danza moderna su una superficie dove contavano soprattutto forza e salti. Dopo la morte del padre si trasferì a Londra, poi negli Stati Uniti, dove uno sponsor lo liberò dagli impegni e gli allenatori Gus Lussi e Carlo Fassi lo fecero crescere. Nel 1976 tutto andò a segno. Titolo britannico, campionato europeo, oro olimpico a Innsbruck, poco dopo il titolo mondiale a Göteborg. Il suo programma libero sulle musiche del «Don Chisciotte» era costruito come una coreografia teatrale. Primo britannico in assoluto a vincere l’oro olimpico nel pattinaggio artistico, fu nominato Officer dell’Ordine dell’Impero britannico ed eletto personalità sportiva dell’anno dalla BBC.
E proprio in quelle settimane divenne pubblico che Curry era gay. Non rimase una nota a margine. Nello sport di vertice degli anni Settanta l’omosessualità era qualcosa di cui non si parlava, e Curry fu tra i primi sportivi famosi ad ammetterla apertamente. Non si ritirò, ma creò una propria rivista sul ghiaccio, il John Curry Theatre of Skating, e lavorò con coreografi come Twyla Tharp e Kenneth MacMillan.
Nel 1987 ricevette la diagnosi di HIV, nel 1991 di AIDS. Ne parlò, in un’epoca in cui i più tacevano. Il 15 aprile 1994 morì nella casa della madre nel Warwickshire, a quarantaquattro anni. A Birmingham dal 2017 una targa blu commemorativa è affissa sulla casa in cui crebbe. Ricorda il campione del mondo e il campione olimpico.