Il film a cui nessuno credeva di trovare un pubblico
Il 2 settembre 2005 Venezia vide «Brokeback Mountain». Dopo, il cinema queer non fu più lo stesso.
Il 2 settembre 2005 al Lido di Venezia fu proiettato un film in cui l’industria credeva poco. «I segreti di Brokeback Mountain» di Ang Lee racconta di due giovani uomini che nell’estate del 1963 pascolano pecore nel Wyoming e si innamorano l’uno dell’altro. Ciò che inizia sulla montagna li accompagna per il resto della vita. Entrambi sposano delle donne. Entrambi tornano sempre, di nascosto, per qualche giorno all’anno.
Il racconto di partenza è di Annie Proulx, un breve racconto del 1997. Il soggetto era stato offerto a Pedro Almodóvar, che rifiutò temendo per la propria libertà artistica. Lee subentrò, scelse Heath Ledger e Jake Gyllenhaal e girò in Alberta.
Lo stesso giorno un critico della rivista di settore americana Variety vide il film e scrisse una recensione che oggi appare stranamente ambivalente. Lodò l’interpretazione di Ledger, la misura, il tatto. E osservò che difficilmente si sarebbe trovato un grande pubblico per questo western. Sarebbe stata una sfida di marketing di portata storica.
Si sbagliava. Pochi giorni dopo Lee ricevette a Venezia il Leone d’oro. Nei mesi seguenti il film divenne argomento di conversazione, sui giornali, al bar, nelle parrocchie. Non si lasciò mai ridurre del tutto all’etichetta di «film di cowboy gay», benché molti volessero fermarsi proprio lì.
Ne è rimasta una cesura. Gli studios iniziarono a interessarsi a soggetti che prima evitavano. L’idea che un ruolo da protagonista gay mettesse fine a una carriera perse la sua ovvietà. E qui nacque un dibattito che dura ancora oggi: la questione di chi possa interpretare personaggi queer e che cosa significhi quando due star eterosessuali incarnano la più famosa storia d’amore gay del cinema.