Londra blocca la riforma scozzese per le persone trans
Londra blocca per la prima volta una legge scozzese: la riforma per le persone trans si infrange contro il veto di Westminster.
Il 17 gennaio 2023 il governo britannico ricorse a uno strumento mai usato dalla nascita del Parlamento scozzese. Il ministro per la Scozia Alister Jack firmò un’ordinanza ai sensi della sezione trentacinque dello Scotland Act. Una legge già approvata a Edimburgo non poteva così essere sottoposta alla firma del re. Era bloccata prima di poter entrare in vigore.
Nella sostanza si trattava del riconoscimento delle persone trans. Il Parlamento scozzese aveva approvato la riforma poco prima di Natale con ottantasei voti contro trentanove. Chi voleva cambiare l’indicazione del sesso non avrebbe più avuto bisogno di una diagnosi medica. L’età minima sarebbe scesa da diciotto a sedici anni, e invece di due anni sarebbero bastati tre mesi vissuti nel genere percepito. La Scozia avrebbe così seguito il modello dell’autodeterminazione che Irlanda o Danimarca conoscono da più tempo.
Londra sostenne che due sistemi di riconoscimento diversi nello stesso Stato avrebbero compromesso il diritto britannico della parità, per esempio negli spazi separati per sesso o nella parità salariale. La prima ministra scozzese Nicola Sturgeon parlò di un «attacco frontale» al Parlamento democraticamente eletto. Già in precedenza aveva avvertito che Londra usava le persone trans come arma politica.
Edimburgo si rivolse al tribunale e perse. Alla fine del 2023 la Court of Session stabilì che il governo britannico aveva agito legittimamente. Il governo scozzese rinunciò al ricorso. Da allora continuano a valere le regole del 2004, che richiedono una diagnosi medica e una lunga attesa.
Il caso mostra quanto strettamente politica queer e questioni costituzionali possano intrecciarsi. Da un dibattito sullo stato civile nacque una disputa di principio su quanto margine di manovra abbia davvero una nazione all’interno del Regno Unito.