Maternità surrogata anche per i padri gay
Undici anni di battaglia legale, poi una circolare: come gli uomini gay in Israele conquistarono il diritto alla maternità surrogata.
Il 4 gennaio 2022 Nitzan Horowitz si presenta alla stampa e parla di un giorno storico. Il ministro della Salute israeliano, lui stesso apertamente gay, annuncia la fine di una regola che per anni aveva escluso migliaia di uomini. Dalla settimana successiva anche coppie gay, uomini single e persone trans potranno fondare una famiglia nel proprio Paese con l’aiuto di una madre surrogata. «Oggi mettiamo fine all’ingiustizia e alla discriminazione», dice. «Ogni persona ha diritto alla genitorialità.»
Fino ad allora la legge israeliana sulla maternità surrogata valeva solo per le coppie eterosessuali e più tardi anche per le donne single. Gli uomini gay che desideravano un figlio dovevano andare all’estero, per esempio negli Stati Uniti, in India o in Nepal. Era costoso e spesso giuridicamente delicato. Quando nel 2018 la Knesset aprì la maternità surrogata alle donne single ma lasciò di nuovo fuori gli uomini, ci fu una giornata di sciopero nazionale. Decine di migliaia di persone scesero in piazza a Tel Aviv, e anche grandi aziende si schierarono con la protesta.
Il passo decisivo lo fece infine la giustizia. Già nel 2010 Etai e Yoav Arad Pinkas, una coppia gay, avevano presentato ricorso alla Corte suprema. Undici anni dopo, nel luglio 2021, la Corte dichiarò illegittima l’esclusione. Ledeva in modo sproporzionato il diritto all’uguaglianza e alla genitorialità. Poiché il Parlamento aveva lasciato scadere inutilmente il termine fissato, la Corte diede al governo sei mesi per l’attuazione. I partiti religiosi parlarono di un duro colpo al carattere ebraico dello Stato.
Con la circolare di Horowitz la sentenza divenne prassi. Per molte coppie si concludeva un’attesa durata anni, e Israele divenne uno dei pochi Paesi della regione in cui uomini queer possono diventare padri in questo modo.