Una legge che aveva bisogno di un nome innocente
Nel 1990 Bush firma la più grande legge USA sull’AIDS. Il suo nome doveva assolutamente essere quello di un eterosessuale.
Il 18 agosto 1990 il presidente americano George H. W. Bush firmò il Ryan White CARE Act. La legge creò il più importante programma federale degli Stati Uniti per l’assistenza alle persone con HIV. Prendeva il nome da un adolescente dell’Indiana che nel 1984 aveva ricevuto la diagnosi di AIDS e aveva poi lottato per il diritto di continuare ad andare a scuola. Ryan White morì pochi mesi prima che il Congresso approvasse la legge.
Il nucleo queer della storia sta nel nome. Lo storico Paul Renfro mostra che White divenne il volto della legge proprio perché non corrispondeva all’immagine corrente di un malato di AIDS: non gay, non tossicodipendente, ma bianco, affascinante e percepito come eterosessuale. Uno stratega politico annotò: «Ci serviva una superstar. E l’abbiamo trovata in Ryan White.» Come Ryan White, tra il 1982 e il 1984 circa la metà delle persone con emofilia negli Stati Uniti si infettò con l’HIV. Che gli emoderivati di White fossero infetti dipendeva anche dall’omofobia. Autorità e industria del sangue si opposero a lungo a test e trattamento termico e vietarono invece agli uomini gay di donare il sangue.
Il senatore apertamente omofobo Jesse Helms colse il calcolo. La «lobby omosessuale d’America», ironizzò, aveva capito che questa storia era troppo bella per lasciarla perdere. Al tempo stesso Helms sostenne che «vittime innocenti» come White non si sarebbero mai infettate senza il comportamento di coloro che ora pretendevano rispettabilità. La legge passò comunque al Congresso con un’ampia maggioranza. L’analisi di Renfro ha un rovescio amaro: l’innocenza di White aveva bisogno della colpa dei gruppi già stigmatizzati. Sorprendentemente pochi sostenitori pronunciarono la parola «gay» nel promuovere la legge.
Per il trentesimo anniversario il ministero della Salute americano definì il programma un pilastro della politica statunitense sull’HIV. Il ministro Alex Azar dichiarò nel 2020: «Quella che un tempo era una malattia mortale oggi è una condizione cronica curabile.»