Una sentenza rompe con una legge coloniale
Delhi depenalizza per la prima volta l’omosessualità in tutto il Paese: una sentenza storica con strascichi fino a oggi.
Il 2 luglio 2009 l’Alta corte di Delhi emise una sentenza che cambiò la situazione giuridica di milioni di persone in India. Nel caso Naz Foundation contro il governo del NCT di Delhi, i giudici Ajit Prakash Shah e S. Muralidhar dichiararono incostituzionale la Section 377 del codice penale indiano nella misura in cui puniva gli atti sessuali consensuali tra adulti.
La Section 377 risaliva all’epoca coloniale britannica e puniva i «rapporti carnali contro natura» con pene fino all’ergastolo. Nella pratica la legge colpiva soprattutto uomini omosessuali, persone trans e altre minoranze sessuali, e serviva ripetutamente a polizia e autorità come pretesto per ricatti, abusi e discriminazioni. A fare ricorso era stata la Naz Foundation, un’organizzazione impegnata nella prevenzione dell’HIV. Sosteneva che la legge spingesse i gruppi più vulnerabili nell’isolamento e rendesse così più difficile l’accesso all’informazione e alle cure mediche.
Il tribunale basò la sentenza sugli articoli 14, 15 e 21 della Costituzione: la Section 377 violava il diritto all’uguaglianza, il divieto di discriminazione e il diritto alla vita e alla dignità. I giudici affermarono che l’orientamento sessuale andava equiparato alla categoria del sesso e non poteva quindi essere fondamento di disparità di trattamento.
La storia della sentenza rimase turbolenta. Nel 2013 la Corte suprema annullò la decisione e ripristinò integralmente la Section 377. Solo nel 2018, nel caso Navtej Singh Johar, un collegio di cinque giudici depenalizzò definitivamente le relazioni tra persone dello stesso sesso in India, richiamandosi espressamente all’argomentazione del 2009. La sentenza di Delhi è da allora considerata la pietra angolare giuridica di questo lungo cammino verso l’uguaglianza.