L’attentato al Pride di Gerusalemme
Era andata per le sue amiche e i suoi amici: come un attacco al Pride di Gerusalemme nel 2015 finì in tragedia.
Il 30 luglio 2015 l’annuale parata del Pride attraversò il centro di Gerusalemme: musica, bandiere israeliane, bandiere arcobaleno e circa 5000 partecipanti, accompagnati da un grande dispositivo di polizia. In mezzo al corteo un uomo vestito con l’abito nero degli ebrei ultraortodossi estrasse un lungo coltello da sotto il cappotto e accoltellò i manifestanti finché un poliziotto non lo atterrò. Diverse persone rimasero ferite, tra cui la studentessa sedicenne Shira Banki. Morì tre giorni dopo in ospedale. La famiglia donò i suoi organi e dichiarò che Shira era stata uccisa perché era venuta a sostenere il diritto delle sue amiche e dei suoi amici a vivere liberamente.
L’aggressore, Yishai Schlissel, non era uno sconosciuto. Dieci anni prima aveva accoltellato persone alla stessa parata e aveva scontato per questo dieci anni di carcere. Poche settimane prima dell’attacco era stato rilasciato e aveva distribuito un pamphlet scritto a mano in cui definiva il corteo una vergogna e annunciava resistenza. Il giorno della parata alcune poliziotte lo respinsero in un primo momento; attraverso vicoli laterali tornò sul percorso.
Nell’aprile 2016 il tribunale distrettuale di Gerusalemme lo condannò per omicidio e diversi tentati omicidi; a giugno seguì l’ergastolo più 31 anni. I giudici gli attribuirono mancanza di pentimento e criticarono duramente la polizia: le lezioni dell’attacco del 2005 non erano state tratte, i segnali erano leggibili, ma nessuno li aveva letti. Un’inchiesta interna raccomandò la rimozione di diversi alti ufficiali di polizia.
Da allora Gerusalemme ha scritto il nome della ragazza nella sua mappa: la centrale piazza Sion, vicino al luogo dell’attacco, fu ribattezzata «Piazza della Tolleranza». La parata del Pride continua a svolgersi ogni anno.