Una corte d’appello abbatte il divieto di matrimonio in California
La California aveva tolto di nuovo il matrimonio a gay e lesbiche. Una corte d’appello vi vide una violazione della Costituzione.
Il 7 febbraio 2012 la Corte d’appello federale del Nono circuito a San Francisco dichiarò incostituzionale la «Proposition 8» californiana. La sentenza fu di misura, due voti contro uno.
La vicenda era stata un tira e molla giudiziario. Nel maggio 2008 la Corte suprema della California aveva riconosciuto alle coppie dello stesso sesso il diritto di sposarsi. Circa diciottomila coppie si dissero sì nei mesi successivi. Nel novembre dello stesso anno, però, una risicata maggioranza votò una modifica costituzionale secondo cui era valido solo il matrimonio tra uomo e donna. I matrimoni già celebrati restarono validi, ma non se ne potevano più celebrare di nuovi.
Due coppie fecero causa. Poiché le autorità californiane si rifiutavano di difendere il divieto, ne assunsero il ruolo i promotori. Nel 2010 un giudice federale diede ragione ai ricorrenti, e i promotori fecero appello.
La corte d’appello scelse di proposito una via stretta. Non decise se le coppie dello stesso sesso abbiano in linea di principio diritto al matrimonio. Decisivo era che la California aveva tolto a una minoranza un diritto già esistente, senza un motivo legittimo. Il giudice Stephen Reinhardt affermò che il divieto serviva soltanto a sminuire la dignità di gay e lesbiche.
Notevole fu un episodio a margine. I promotori avevano chiesto di annullare la sentenza di primo grado perché il giudice Vaughn Walker viveva da anni in una relazione con un uomo. Sarebbe stato di parte. La corte respinse l’argomento.
Ma non si festeggiò ancora. La sentenza restò sospesa fino all’esaurimento dei ricorsi. Solo nel giugno 2013 in California le coppie dello stesso sesso poterono di nuovo sposarsi, dopo che la Corte suprema ebbe stabilito che i promotori non avevano nemmeno titolo per presentare appello.