Ergastolo per l’amore
Ergastolo per l’omosessualità: quel giorno il presidente dell’Uganda firmò una legge dalle conseguenze devastanti.
Il 24 febbraio 2014 il presidente ugandese Yoweri Museveni si sedette davanti alle telecamere a Entebbe e firmò l’«Anti-Homosexuality Act». Rappresentanti del governo applaudirono, a Kampala alcuni scolari festeggiarono. Per lesbiche, gay, persone bisessuali e trans del Paese quel lunedì cominciò un periodo di paura.
Il sesso tra persone dello stesso sesso in Uganda era già reato, un’eredità dell’epoca coloniale britannica. La nuova legge andava molto oltre. Per la cosiddetta «omosessualità aggravata» era previsto l’ergastolo. Commetteva reato anche chi «promuoveva» l’omosessualità o metteva a disposizione locali per «scopi omosessuali». La bozza originale del deputato David Bahati del 2009 aveva previsto persino la pena di morte.
Museveni aveva esitato a lungo. Aveva fatto redigere una perizia da esperti del ministero della Salute. Questa stabiliva che l’omosessualità non era né una malattia né un’anomalia. Il presidente ne trasse il contrario e firmò. Nel suo discorso accusò gruppi occidentali di indurre i bambini ugandesi all’omosessualità.
Le conseguenze si videro subito. Organizzazioni per i diritti umani documentarono arresti, ricatti da parte di poliziotti, licenziamenti e sfratti. Pochi giorni dopo la firma, a Kampala, una sex worker trans, chiamata «Queen» dalle amiche, fu aggredita brutalmente. Morì per le ferite. Per paura di essere arrestate a loro volta, le amiche non osarono andare alla polizia. Almeno cento persone queer fuggirono dal Paese in quei mesi.
In estate la Corte costituzionale annullò la legge, ma solo per motivi formali: al momento del voto il Parlamento non aveva il numero legale. Il sollievo durò poco. Nove anni dopo Museveni firmò una legge ancora più dura, che in certi casi prevede persino la pena di morte.