La Repubblica conferma la legge omofoba di Vichy
Dopo la Liberazione molte leggi di Vichy caddero. Ma de Gaulle confermò una legge omofoba, rimasta in vigore fino al 1982.
L’8 febbraio 1945 la Francia avrebbe potuto porre fine a un’ingiustizia. La sancì invece in modo definitivo. Il governo provvisorio guidato da Charles de Gaulle emanò quel giorno un’ordinanza che non abrogava una legge del regime di Vichy del 1942, ma la confermava e la trasferiva nell’articolo 331 del codice penale. Era firmata da de Gaulle e dal ministro della Giustizia François de Menthon.
Il contenuto era apertamente discriminatorio. I rapporti sessuali con persone sotto i ventun anni erano puniti se i due erano dello stesso sesso. Per le relazioni eterosessuali l’età del consenso era di quindici anni. Nella relazione ufficiale si diceva in sostanza che la norma serviva a proteggere i giovani dalla seduzione ed era al di sopra di ogni critica. Proprio i liberatori riprendevano così una disposizione del regime che avevano combattuto.
Le conseguenze furono pesanti. Fino al 1982, secondo le ricerche, circa diecimila persone furono condannate su questa base, quasi esclusivamente uomini. La grande maggioranza ricevette pene detentive senza condizionale. Chi veniva condannato perdeva spesso lavoro, reputazione e famiglia, anche perché i giornali locali pubblicavano i nomi.
Più tardi il limite d’età per i rapporti tra persone dello stesso sesso fu abbassato a diciotto anni, ma non fu abolito. Solo il 4 agosto 1982 la Francia cancellò definitivamente la norma. Il ministro della Giustizia Robert Badinter aveva dichiarato in Parlamento che la legge portava in sé l’ideologia di un’epoca abominevole.
La rielaborazione non è ancora conclusa. Dal 2022 il Parlamento francese discute una legge per il riconoscimento e il risarcimento dei condannati. Il Senato voleva fissare la responsabilità della Repubblica solo a partire dall’8 febbraio 1945, per non equiparare Vichy e Repubblica. L’Assemblea nazionale insisteva invece sul periodo dal 1942. Così una data quasi dimenticata della Liberazione è diventata la pietra di paragone per stabilire da quando uno Stato risponde delle proprie ingiustizie.