Il governo decide la fine del divieto di omosessualità
Un giorno bisestile che conta: nel 2016 le Seychelles decidono la fine di una vecchia legge coloniale contro i gay.
Il 29 febbraio 2016 il Consiglio dei ministri delle Seychelles si riunì la mattina in seduta straordinaria. Sul tavolo c’erano diversi disegni di legge che il presidente James Michel aveva annunciato quasi due settimane prima nel suo discorso sullo stato della nazione. Oltre a un limite dei mandati e a una legge anticorruzione, si trattava di una piccola ma importante modifica del codice penale. Doveva depenalizzare l’omosessualità.
Il governo approvò. La motivazione fu sobria. Lo Stato insulare dell’Oceano Indiano doveva rispettare i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani, di cui fa parte la protezione dalla discriminazione basata su orientamento sessuale e identità di genere. Già nel 2011 il Paese si era impegnato davanti al Consiglio per i diritti umani dell’ONU ad abolire il divieto. Da allora era successo poco.
La legge risaliva all’epoca coloniale britannica. Per il sesso «contro natura» si rischiavano fino a quattordici anni di carcere. Le condanne erano rare, ma la norma incombeva come un’ombra sugli uomini gay.
A maggio seguì il voto all’Assemblea nazionale, proprio nella Giornata internazionale contro l’omofobia. Quattordici deputati dissero sì, altrettanti si astennero. Nessun voto contrario. Il ministro degli Esteri Joel Morgan, che sostenne il testo, affermò che sul peccato decide la religione e non lo Stato. Fabianna Bonne, fondatrice dell’unica organizzazione LGBTI del Paese, interpretò positivamente le numerose astensioni: nessuno aveva voluto sbarrare la strada alla riforma.
Le Seychelles furono così tra i pochi Stati africani ad abolire un simile divieto di propria iniziativa. In gran parte del continente la situazione restava cupa. Tanto più bello che la strada sia stata aperta in un giorno che esiste solo ogni quattro anni.