Un San Valentino in tribunale
Invece di rose, un ricorso: come tredici coppie portarono il divieto di matrimonio giapponese in tribunale a San Valentino.
Il 14 febbraio 2019 in Giappone tredici coppie dello stesso sesso non andarono a una cena a lume di candela, ma in tribunale. In modo coordinato presentarono ricorso contro lo Stato a Tokyo, Osaka, Nagoya e Sapporo. Erano i primi procedimenti di questo tipo nel Paese. La loro accusa: chi esclude coppie dal matrimonio a causa del loro sesso viola la Costituzione.
In Giappone non è mai esistita una legge che vieti espressamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il governo si basa sulla Costituzione del 1947, che fonda il matrimonio sul consenso di «entrambi i sessi». I ricorrenti obiettavano che quella formulazione doveva un tempo liberare gli sposi dal consenso dei capifamiglia. Non intendeva un divieto per gli omosessuali.
Tra i ricorrenti c’erano Kenji Aiba e Ken Kozumi, che dalla loro festa di nozze del 2013 conservavano un certificato di matrimonio firmato da loro stessi. Davanti alla legge erano solo amici. In caso di emergenza non potevano partecipare alle decisioni sulle cure dell’altro, né potevano ereditare l’uno dall’altro. C’erano anche Ai Nakajima e la berlinese Kristina Baumann. Le due si erano sposate in Germania. A Yokohama l’ufficio di stato civile rifiutò comunque la registrazione.
Dal ricorso di San Valentino nacque un movimento nazionale con il nome di «Marriage for All Japan». Nel 2021 il tribunale distrettuale di Sapporo fu il primo a dichiarare incostituzionale il divieto di matrimonio. Negli anni successivi cinque sentenze d’appello su sei arrivarono alla stessa conclusione. Nel 2026 la Corte suprema portò infine i casi davanti alla sua Grande Sezione per emettere per la prima volta una sentenza di principio. Per l’unico Paese del G7 senza riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso si trattava di una scelta storica. Era cominciata un giorno di San Valentino.