Il Consiglio degli ulema dichiara «haram» le persone queer
Un consiglio di dotti dichiara «haram» le persone queer: come l’Indonesia precipitò nel 2016 in un’ondata di repressione.
Il 17 febbraio 2016 Ma’ruf Amin si presentò alla stampa a Giacarta. Presiedeva il Consiglio indonesiano degli ulema, il MUI, il più influente organismo di dotti islamici del Paese con la più grande popolazione musulmana al mondo. Accanto a lui sedevano rappresentanti di altre organizzazioni musulmane. Il messaggio era inequivocabile: le persone lesbiche, gay, bisessuali e trans e le loro attività erano «haram», cioè vietate secondo il diritto islamico.
Il Consiglio si richiamava all’ideologia di Stato Pancasila, alla Costituzione e alla legge sul matrimonio del 1974. Amin sostenne inoltre che le persone queer diffondessero malattie pericolose come l’HIV. Soprattutto, però, il MUI chiese al governo una legge contro le «campagne LGBT». «Vogliamo un divieto rigoroso», disse Amin.
Il dibattito era stato innescato da un piccolo gruppo di studenti. All’Universitas Indonesia offriva consulenza agli studenti queer. A gennaio il ministro dell’Istruzione superiore Muhammad Nasir dichiarò che gruppi simili non avevano posto nelle università. Poi gli eventi precipitarono. Un dirigente del ministero della Salute definì in televisione l’omosessualità un disturbo psichico. Pochi giorni dopo il ministro della Difesa parlò di guerra moderna.
La dichiarazione del MUI diede a quest’ondata un peso religioso. Un divieto nazionale non arrivò, ma il clima cambiò. Polizia e autorità agirono con crescente durezza, e molte persone colpite si nascosero. Solo nel 2017, secondo Human Rights Watch, la polizia arrestò almeno 300 persone queer, più che mai prima. Fece irruzione in saune, discoteche, camere d’albergo e abitazioni private.
E Ma’ruf Amin? Il religioso fece carriera politica. Dal 2019 al 2024 fu vicepresidente dell’Indonesia.