Il decreto di Göring contro i locali queer
Come Göring, tre settimane dopo la presa del potere di Hitler, prese di mira la scena queer di Berlino.
Il 23 febbraio 1933 Hermann Göring, ministro dell’Interno prussiano facente funzione, firmò una circolare che segnò la fine di un intero mondo. La polizia doveva chiudere i locali che servivano a «promuovere l’immoralità». Erano esplicitamente presi di mira i locali frequentati da persone dedite alla «fornicazione contro natura». Hitler era cancelliere del Reich da poco più di tre settimane.
Negli anni della Repubblica di Weimar Berlino era considerata una delle città più aperte d’Europa. Decine di bar, sale da ballo e cabaret offrivano un luogo a gay, lesbiche e persone che giocavano con i ruoli di genere. Il celebre «Eldorado» attirava artisti, scrittrici e turisti curiosi. Riviste come «Die Freundin» o i «Blätter für Menschenrecht» erano in vendita nelle edicole, e il Comitato scientifico-umanitario lottava da decenni contro il paragrafo 175.
A Berlino il nuovo capo della polizia applicò il decreto in pochi giorni. Altre città seguirono. Le riviste queer uscirono per l’ultima volta in primavera, le associazioni si sciolsero o furono vietate. A maggio studenti saccheggiarono l’Istituto di sessuologia di Magnus Hirschfeld; pochi giorni dopo i suoi libri bruciavano.
Il decreto di febbraio non era una legge penale. Colpiva spazi, non persone. Proprio in questo stava il suo effetto: chi non ha più un luogo d’incontro diventa invisibile e resta solo. La vera persecuzione, con retate, inasprimento del paragrafo 175 e internamento nei campi di concentramento, seguì negli anni successivi. Decine di migliaia di uomini furono condannati, migliaia finirono nei campi, molti non sopravvissero.
Oggi a Berlino, tra l’altro, un monumento nel Tiergarten ricorda gli omosessuali perseguitati. Ma il 23 febbraio 1933 segna il momento in cui il regime mise per la prima volta le mani in modo mirato sulla scena queer.